Il bambino tiranno
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 18 May 2019 12:14

 

Il bambino tiranno

Lunedì 13 maggio 2019 Corriere della Sera

di Alessandro D'Avenia

«Il bambino Giorgio, benché giudicato, in famiglia, un prodigio di bellezza fisica, bontà e intelligenza, era temuto.

C’erano il padre, la madre, il nonno e la nonna, le cameriere, e tutti vivevano sotto l’incubo dei suoi capricci, ma nessuno avrebbe osato confessarlo, anzi, era una continua gara a proclamare che un bambino caro, affettuoso, docile come lui non esisteva al mondo.

Ciascuno voleva primeggiare in questa sfrenata adorazione.

E tremava al pensiero di poter, involontariamente, provocare il pianto del bambino».

Così comincia un racconto di Buzzati, del 1954, nel quale narra le tragiche conseguenze dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte di adulti che, inseguendo il consenso del loro bambino, finiscono per adorarlo e, quindi, rovinarlo.

Le pagine di Buzzati mi sono tornate in mente il 2 maggio, quando la Camera, approvando la legge che introduce un’ora di educazione civica alle elementari e alle medie, contestualmente abrogava la misura che prevedeva mezzi disciplinari come: la nota sul registro, con comunicazione scritta ai genitori; la sospensione; l’esclusione dagli esami o l’espulsione.

Un corto-circuito tipico del nostro tempo: potenziare un’educazione civica astratta ma depotenziare l’autorità in atto, come se il suo esercizio, chiaramente non riducibile a quelle sanzioni, significhi fare violenza.

L’adorazione contemporanea del bambino, funzionale alla soddisfazione dell’adulto - e che ha, come contropartita, violenza e sfruttamento - fa dimenticare che il piccolo non è un «idolo» ma un «selvaggio», la cui umanità va educata: ciò che è umano nell’uomo non fiorisce spontaneamente, ma è il risultato di quanto assorbito nell’infanzia e nell’adolescenza, tappe preposte allo scopo di diventare responsabili di sé e del mondo.

Il bambino non educato resta un egoista in balia delle sue pulsioni, iracondo e manipolatore, come il piccolo tiranno buzzatiano:

«Paurose, di per sé, erano le ire di Giorgio.

Con l’astuzia propria di questo tipo di bambini, egli misurava bene l’effetto delle varie rappresaglie.

Per le piccole contrarietà si metteva semplicemente a piangere, con singulti che sembrava gli dovessero schiantare il petto.

Nei casi più importanti, quando l’azione doveva prolungarsi fino all’esaudimento del desiderio contrastato, metteva il muso e allora non parlava, non giocava, si rifiutava di mangiare: ciò che, in meno di una giornata, portava la famiglia alla costernazione.

Nelle circostanze ancor più gravi le tattiche erano 2: simulava di essere assalito da misteriosi dolori alle ossa; oppure, e forse era il peggio, si metteva a urlare; dalla sua gola usciva un grido estremamente acuto, quale noi adulti non sapremmo riprodurre, e che perforava il cranio.

In pratica non era possibile resistere.

Giorgio aveva ben presto partita vinta, con la doppia voluttà di venire soddisfatto e di vedere i grandi litigare, l’uno rinfacciando all’altro di aver fatto esasperare l’innocente».

La crisi dell’autorità è propria del XX secolo:

il ‘68 ne è stato un formidabile acceleratore, ma la crisi ha radici più profonde, come Hannah Arendt aveva già spiegato nel '961, in Tra passato e futuro

(in particolare nei capitoli «La crisi dell’istruzione» e «Che cos’è l’autorità»),

dove spiega che, in una cultura in cui la tradizione (ciò che, del passato, vince l’usura del tempo, perché è vero) è disattivata, quindi non viene trasmessa, gli educatori non hanno «un mondo» in cui introdurre i giovani:

«Che gli adulti abbiano voluto disfarsi dell’autorità significa che rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i figli.

Quasi che ogni giorno i genitori dicessero:

“In questo mondo anche noi non ci sentiamo a casa nostra: anche per noi è un mistero come ci si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, non siete autorizzati a chiederci conto di nulla. Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi”».

Senza un mondo vero, da proporre, gli adulti vivono il loro ruolo educativo come colpa (violenza) e cercano, nel figlio, il perdono; ma il bambino «adorato» e «des-autorato», dovendosi autorizzare «da zero» e «da solo», diventa un divino tiranno.

Gli educatori non si sentono più titolati a porre limiti, divieti, doveri; eppure proprio i momenti di opposizione (soprattutto per il bambino di 2 anni e per l’adolescente), che destabilizzano il genitore, servono per costruire l’autonomia: bambino e adolescente vogliono sapere su cosa fondarsi, così mettono alla prova la solidità del terreno che gli si offre.

Compito dei genitori è trovare, in sé, le ragioni e la credibilità per resistere e accettare la frustrazione della perdita del consenso filiale.

La lacuna educativa è alla base dell’aumento di depressioni e dipendenze dei ragazzi: senza la «dipendenza buona» dall’autorità si generano dipendenze surrogate, perché l’uomo non è un essere «assoluto», ma «relativo», cioè bisognoso di relazioni significative.

Un esempio è la mancanza di riflessione sull’uso del cellulare, sul quale consiglio l’intelligente, documentato e veloce libro di Stefania Garassini, Smartphone: 10 ragioni per non regalarlo alla prima comunione e magari neanche alla cresima.

I genitori che mi dicono «lo hanno tutti, si sentirebbe escluso» mi confermano che il problema è, prima di tutto, di chi non ha le ragioni per dire «no» e sostenere il conflitto che nasce da un bene più grande, che un 9-10enne non percepisce.

La crisi dell’autorità viene dalla sua confusione con il potere, come mostra l’eliminazione delle sanzioni.

Bambini e adolescenti - se non interiorizzano limiti, divieti e doveri, quando è il momento - rimangono infantili e diventano tiranni.

L’autorità è, invece, naturale, si giustifica da sé, dal fatto che io vengo prima di te: il bambino non è un partner dell’educazione, non è un contratto alla pari.

Nell’educazione, scrive Arendt: «si decide se amiamo tanto i nostri figli, da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di sé stessi».

Ma qual è il nostro mondo?

Negli anni '70 i passeggini cambiarono orientamento: il bambino non guardava più il genitore, ma l’esterno: il genitore non faceva più da interprete del mondo dall’alto in basso, ma da accompagnatore.

All’obbedisci e poi capirai si sostituì il 'mettiamoci d’accordo'.

In questo c’è, sì, un guadagno: la necessità di dare un senso, che non sia il mero «si è sempre fatto così», a ciò che si pretende; ma spesso, poiché non si sa quale sia questo senso, si lascia decidere il bambino o l’adolescente, gettandolo nello sconforto dell’onnipotenza.

Tanti giovani non diventano adulti perché nessuno li ha educati al fatto che non sono padroni assoluti e incontrastati: l’autonomia, infatti, non nasce dall’ignorare limiti e doveri, ma dall’averli sperimentati, interiorizzati e attraversati.

Sono i «no» dei miei genitori ad avermi reso forte e più sicuro nelle mie scelte.

Il bambino, dice Arendt, deve essere sì protetto dalle facoltà distruttive del mondo «ma anche il mondo deve essere protetto, per non essere devastato dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione».

Perché?

Perché un’educazione senza autorità non «autorizza» il desiderio; senza limite o divieto, il desiderio non si costruisce: a che serve crescere, se posso avere tutto e subito, se non esiste qualcosa da raggiungere più tardi?

Il desiderio, non educato dal gioco di autorizzazione e divieto, diventa distruttivo: il soggetto non sa a cosa ancorarsi, per fronteggiare la resistenza della vita; non può costruire obiettivi, cioè non ha futuro, si blocca e, per poter vivere, o regredisce o diventa violento.

Invece l’autorità è legittimata proprio dal fatto che io sono prima di te; posso garantirti che, un giorno, anche tu sarai «autore» delle tue azioni.

Per fare questo l’educatore è chiamato ad amare veramente, cioè trovare il coraggio di perdere il consenso di chi gli è affidato, pur di proteggerlo: sta amando l’uomo/donna che quel bambino/a diventerà, perché l’infanzia non è la pienezza della condizione umana, ma la sua preparazione.

Potrà farlo solo se non dipende, lui, dall’affetto del bambino; se non ha reso il figlio oggetto della propria soddisfazione, anziché soggetto libero; se è capace di opposizione;

nel racconto di Buzzati vi è un tragico ribaltamento, è il bambino ad avere autorità sugli adulti:

«“L’ho detto, io” fece la mamma; “l’ho sempre detto che è un angelo!

Ecco che Giorgio ha perdonato al nonno!

Guardatelo, che stella!”.

Ma il bimbo li esaminò ancora, a uno ad uno; il padre, la mamma, il nonno, la nonna, le 2 cameriere.

“E guardatelo che stella… e guardatelo che stella!...” canterellò, facendo il verso.

Poi si mise freneticamente a ridere.

Rideva da spaccarsi.

“E guardatelo che stella!” ripeté beffardo, uscendo dalla stanza.

Terrificati, i grandi tacquero».

Il letto da rifare oggi è quello del coraggio di educare: fate un elenco di «no», che non riuscite a giustificare, per i quali resistere.

Chiedetevi perché questi «no» sono buoni per voi e quindi per l’uomo o la donna che vostro figlio/a diventerà.

Il vero amore attraversa la negatività e sa darne ragione ai figli, perché la libertà è frutto di conquista.

E il nostro compito di educatori è renderli liberi, non schiavi del loro desiderio o - peggio ancora - del nostro.

 

Last Updated on Saturday, 18 May 2019 12:17
 
L'orrore perpetrato a Manduria
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 30 April 2019 19:49

dal sito di Famiglia Cristiana

La banalità del male di Manduria riguarda tutti noi

30/04/2019 Da dove viene l'orrore del povero pensionato torturato e ucciso da un branco di aguzzini, molti dei quali minorenni? E quali connessioni ha con altri recenti fatti di cronaca nera, dal pestaggio dei figli allo stupro di gruppo? La verità è che la violenza è stata sdoganata nell'immaginario collettivo con le stesse modalità della pornografia (di Alberto Pellai)

In Manduria un pensionato ultrasessantenne viene rinvenuto morto nella propria abitazione. O forse dovremmo dire prigione. Perché quella casa per lui era diventata una gabbia. Una trappola. Una stanza delle torture. Da anni, l’anziano signore, affetto da problemi psichici, era il bersaglio preferito di una banda di giovanissimi che passavano il tempo minacciandolo, picchiandolo, torturandolo, ricattandolo, rubandogli denaro. Era così spaventato da non uscire più di casa per la paura di incontrare chi gli aveva devastato una vita, già vulnerabile in sé, senza alcun freno inibitorio, senza nessuna compassione. Con prepotenza e aggressività.

Ci sono 14 indagati per questa morte, 12 dei quali sono ancora minorenni. Sono ragazzi che, almeno in parte, vanno ancora a scuola, che passano il loro tempo commettendo azioni di bullismo per riempire di vuoto, il vuoto che hanno dentro la loro vita e dentro il loro cuore. I video delle angherie e delle sopraffazioni sono diventate oggetto di scambio nei social. Viaggiavano di cellulare in cellulare. Come se fossero barzellette utili per suscitare qualche risata fra amici. Ma intanto per quell’uomo, quelle presunte barzellette hanno agito come e peggio di un pugnale. E lui ne è rimasto ucciso.

Ora nel paese in cui si è verificato questo fatto efferato, molti si stanno domandando come è stato possibile arrivare a tanto. Da anni la cosa andava avanti. Apparentemente nessuno sapeva nulla, se non i diretti interessati. Ma alcune persone della comunità, tra cui un educatore del locale oratorio, dichiarano di avere più volte denunciato la cosa, di aver convocato i genitori, di aver mosso le forze dell’ordine. Tutti guardavano. Ma nessuno ufficialmente sapeva. E nessuno ha sentito il bisogno di farsi carico della tutela fisica, morale, sociale ed emotiva di un uomo, debole fra i più deboli. La vittima perfetta per un branco di prepotenti, che hanno l’età dei nostri figli, degli studenti che affollano le nostre classi.

Che cosa sta succedendo ai nostri figli? E più in generale che cosa sta succedendo alla nostra società? Una violenza bestiale e senza senso sembra essersi impossessata in modo pervasivo e – ahimè – apparentemente inconsapevole dei nostri spazi di vita, delle nostre relazioni più intime. Solo la settimana scorsa abbiamo avuto la notizia tremenda di due piccolissimi uccisi dai loro stessi genitori, ovvero da chi di quelle giovani vite doveva prendersi cura, proteggendole come se fossero la cosa più importante di tutte. Ma sempre negli stessi giorni, se andate a cercare nelle notizie di cronaca locale, c’era anche la notizia di natura opposta: ovvero due giovani figli che avevano ucciso il proprio padre. E ora questa storia di orrore ambientata in Manduria. Nello stesso giorno in cui le cronache nazionali si sono occupate di un caso di violenza sessuale agito da due militanti politici di estrema destra su una loro compagna di partito.

Ogni giorno nelle scuole italiane, molti docenti e dirigenti si devono occupare di casi di cyberbullismo in cui qualche minore viene deriso, umiliato, picchiato e le immagini di tali violenza circolano negli schermi dei nostri figli, fino a quando qualcuno – ma non sempre succede – le intercetta.

La violenza è stata sdoganata nell’immaginario collettivo con la stessa modalità con cui la pornografia ha reso la sessualità un semplice esercizio di corpi al servizio dell’eccitazione, svuotato di qualsiasi connotato intimo, emotivo, relazionale.  Al pari della pornografia, la violenza entra nelle nostre vite come uno spettacolo senza senso, usato per intrattenere e divertire, come se fosse una cosa da niente. Se un adulto con alte funzioni rappresentative imbraccia un mitra come se fosse un giocattolo per farsi un selfie ad alto impatto “social” e un ragazzo preadolescente passa ore della sua giornata a uccidere dentro ad un videogioco per fare punti, il rischio della banalità del male di cui bene ha parlato Hannah Arendt comincia a diffondersi come un virus capace di infettare ogni ambiente che non si dota di alcuna immunizzazione attiva e diretta nei confronti di questi che diventano progressivamente “modi di essere”, attitudini e stili di pensiero e che si diffondono sempre più in quella che Baumann ha giustamente definito “la società liquida”.

Se nessuno si occupa di promuovere riflessioni sul valore della vita, sull’importanza della compassione, sul ruolo che l’empatia e l’attenzione cooperativa e solidale nei confronti di chi ci vive a fianco, ma anche di chi vive a migliaia di chilometri di distanza, tutti noi rischiamo di diventare un branco di disperati senza senso che non sa dare valore alla propria vita. Né a quella degli altri. E che quindi permette che si creino le condizioni perché gesti sempre più efferati diventino sempre più quotidiani.

Auspico che sempre più famiglie e sempre più scuole si fermino con i loro figli e studenti a riflettere sui “fondamentali” che reggono la vita delle persone. Di tutte le persone. Perché non esistono persone di serie A e persone di serie B. Auspico che gli adulti si interroghino sulla pervasiva presenza della violenza nella vita dei giovanissimi (e non solo): una violenza apparentemente “innocente” perché presente nel virtuale, nei videogiochi, nei programmi televisivi e radiofonici più seguiti dai minori, ma in realtà capace di forgiare e modellare un’attitudine mentale che normalizza gesti brutali, senza più permettere di riuscire a fare distinzione tra reale e virtuale, tra immaginato e agito.

Ed auspico a questa classe politica che ci governa e che si fregia del merito di aver introdotto di nuovo l’educazione civica a scuola, di riflettere sul senso profondo del proprio ruolo, del proprio esempio, della propria missione di servizio. La prima educazione civica che serve ai nostri figli è l’educazione del cuore, è la capacità di guardare in modo empatico all’altro e ai suoi bisogni. La prima educazione civica che serva ai nostri figli è basata sul concetto di solidarietà, accoglienza, attenzione ai bisogni dell’altro, responsabilità. Tutti elementi che nell’omicidio della Manduria risultano totalmente assenti, vacanti, latitanti.

 

Last Updated on Tuesday, 30 April 2019 19:52
 
Silenzi vergognosi 19-4-19
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 23 April 2019 21:02

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/quel-vergognoso-silenzio-delle-maestre-di-giuseppe.aspx?fbclid=IwAR3h5jYVpzIo4dYLb0ejk1YQwHeRDb-YmsYQm1IYpSj8Sh2n8RAy0TTVfA4

Quel vergognoso silenzio delle maestre di Giuseppe

di Alberto Pellai

19/04/2019 I bambini abusati quasi mai parlano. Il loro silenzio serve a proteggere chi li maltratta e li violenta. Ma gli adulti a loro vicino che percepiscono questo disagio hanno il dovere di urlare e denunciare. Ma le le maestre del piccolo Giuseppe ucciso dalle botte del patrigno, pur sapendo, hanno preferito chiudere gli occhi.

Un cucciolo d’uomo è un essere fragile e indifeso. E’ totalmente dipendente dalla capacità degli adulti che lo hanno messo al mondo di amarlo. Di nutrirlo. Non solo di cibo. Ma anche di cura e di amore. Chi lavora con i più piccoli sa che non sempre gli adulti sono capaci di offrire amore e cure a chi è piccolo. Succede che a volte gli danno cibo. Ma non amore. Così lui sopravvive. Ma vive male. A volte la situazione è ancora più complessa. Perché mentre l’adulto nutre e fa sopravvivere il suo cucciolo, al tempo stesso può anche usargli violenza, maltrattarlo, trascurarlo. Così si entra nel territorio dell’abuso all’infanzia. Ovvero di quei gesti che vengono fatti su un bambino, sul suo corpo, sul suo cuore, sulla sua anima e che lasciano un segno per tutta la vita. Ci sono abusi che sono invisibili. Gli abusi verbali, la trascuratezza emotiva non lasciano tracce sul corpo del bambino che li subisce. Ma il suo cuore ne resta segnato in modo indelebile. Ci sono abusi che invece vengono scritti sul corpo del bambino. E’ un linguaggio terribile a base di lividi, segnature, bruciature. Macchie che a volte rimangono nascoste sotto gli indumenti. I bimbi piccoli non sanno raccontare con le parole ciò che vivono nelle famiglie che non sanno amarli e curarli. Spesso lo fanno con i gesti. Che noi psicologi chiamiamo “agiti”, ovvero modalità concrete per raccontare attraverso azioni ciò che non siamo capaci di raccontare con le parole. Un bambino abusato, violentato, picchiato, maltrattato non racconta con le parole ciò che vive. Ma lo racconta con tutto se stesso. Il modo in cui ti guarda (o al contrario non ti guarda mai). Il suo corpo che non smette mai di cercarti (o al contrario non ti si avvicina mai, tenendo una distanza di sicurezza che non può essere mai valicata da nessuno). Il suo riprodurre nei giochi gesti violenti che ha subito impotente e che può scaricare con una finta potenza bambina su un pupazzo oppure su un bambolotto. Tutto questo sfugge magari ai più.

Gli adulti oggi non sono molto abituati a vedere i bambini, a osservarli con calma e attenzione. A scrutarli negli occhi per comprendere cosa c’è nel loro sguardo. Siamo travolti dalla fretta, pieni di cose da fare, persi in schermi che non si spengono mai e quindi succede che della sofferenza dei bambini la maggior parte degli adulti comuni non si renda conto.

Ma gli insegnanti no. Loro sono immersi per ore tutti i giorni nell’infanzia. Loro la guardano, la osservano, la scrutano. La conoscono meglio di qualsiasi altra cosa ci sia nelle loro vite. Loro dei bambini vedono tutto, sentono tutto, intuiscono tutto. Per questo, la sofferenza del bambino di Cardito ucciso a botte dal patrigno perché piangeva troppo, loro l’avevano intercettata da tempo. Sapevano che quel bambino, in quella casa e con quegli adulti al proprio fianco non era al sicuro. Temevano per lui, per la sua incolumità. Eppure lo hanno lasciato lì. In quella casa e in quella famiglia che poi è diventata la sua tomba. Sapevano ma non hanno detto. Temevano, ma non hanno agito.

E’ lo sguardo di cui parla anche Gesù nel Vangelo. Lo sguardo di chi vede il samaritano sofferente, ma che, dopo aver visto, prosegue per la sua strada. Perché c’è altro da fare. Perché “sporcarsi” le mani con la sofferenza degli altri implica fatica, disturbo, tempo da investire in racconti, denunce, confronti con genitori che magari ti minacciano. E così tutti restano soli. I bambini con la loro vulnerabilità. I genitori violenti con la loro incapacità di farsi cura dei bisogni di sopravvivenza e di amore dei loro cuccioli. Gli insegnanti con i loro sospetti che oggi peseranno sul loro cuore come un macigno. Perché il silenzio di chi sa e non dice è un silenzio spaventoso, corresponsabile, quasi colpevole quanto la mano che si è stretta intorno al collo del piccolo e l’ha strangolato.

I bambini abusati quasi mai parlano. Il loro silenzio serve a proteggere l’adulto che li maltratta e che li violenta. Perché anche se quell’adulto è il peggior adulto che ci può essere nella loro vita, loro se lo tengono a fianco. Cercano in tutti i modi di permettergli di essere ciò che è.

Gli adulti che si confrontano con il silenzio di un bambino abusato e lo riconoscono come tale, invece devono parlare. Anzi devono urlare. Devono dare voce al dolore di un minore che non può parlare. O che pur potendolo fare, non riesce a farlo. Stare in silenzio, significa divenire complice di chi picchia, violenta, abusa, a volte addirittura fino a provocarne la morte. Il silenzio della comunità del frosinate che sapeva ma non ha detto e non ha fatto nulla per salvare quel bambino oggi risulta tanto colpevole quanto le mani della madre che ne hanno provocato la morte.

In tempi in cui si auspicano le telecamere a scuola per fermare la violenza degli educatori, in cui si parla di famiglia in modo spesso ideologico, quello che scopriamo in questa tristissima vicenda è che i bambini sono sempre più fragili perché noi adulti siamo sempre più fragili. E sempre meno adulti.

 

Last Updated on Tuesday, 23 April 2019 21:10
 
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